27/03/17

CODE ORANGE "Forever" (Recensione)

Full-length, Roadrunner Records 
(2017)

Avete presente Hunger Games? Il momento all'inizio dei giochi. Ventiquattro ragazzini sorteggiati si lanciano verso la "cornucopia" al centro dell'arena, dove stanno tutte le armi. In corsa per l'arnese più letale. Qualcosa del genere accadeva nel nuovo metal degli ultimi anni '90 e dei primi 2000. Stessa rincorsa al riff più pesante, al breakdown più devastante. In una gara a chi fa più male e suona più cattivo, dai Korn agli Slipknot passando per mille altri. Qualcosa del genere fanno ora i Code Orange, che posano le mazze per passare ai ferri da carpenteria, con intenzioni chiare e non benevole.

I nostri iniziano poco più che bambini sotto il nome di Code Orange Kids. In pochissimo tempo si trovano ad aprire concerti di nomi importanti, gente come i Misfits o i Nekromantix. Appena diciottenni, firmano per Deathwish e lavorano insieme a Kurt Ballou al primo studio album "Love is Love/Return to Dust". Di lì a poco elimineranno Kids dal proprio nome incasinando in una sola mossa utenti e amministratori di Last.fm. Soprattutto, il cambio di nome dovrebbe sancire un nuovo status: ora sono abbastanza grandi da non dover mentire al commesso del negozio di liquori e ci tengono a farlo sapere. Sempre sotto la guida di Ballou esce "I am King": inizia la virata verso il metalcore, ed è lì che iniziano ad appesantire i suoni. Dal karate si passa al sumo.
"Forever" è il debutto su major, con quella Roadrunner dei già detti Korn e Slipknot, e in qualche modo si sente. Sembra invece venir meno l'influenza di Ballou, questa volta solo come produttore insieme Yip (Touché Amoré e La Dispute, per dirne solo un paio). Come se avessero voluto far da sé, da un lato, mentre dall'altro abbiano pensato di impressionare i nuovi "padroni di casa".

L'approccio è fondamentalmente "in-your-face" e si comincia piuttosto bene con la title-track. Tanto groove, ritmi ben scanditi, modalità un po' alla Mudvayne. Le chitarre si muovono insieme alla batteria, picchiano come martelli demolitori, gli armonici in up-picking rimandano invece agli Architects. L'hardcore tanto caro in gioventù viene messo sul nastro trasportatore, diretto all'altoforno, sciolto in colate di chitarre basse e distorte. Come in "Kill the Creator", che parte veloce e si fa più instabile, rallenta, fonde. La cinghia passa di mano in mano, i ragazzi di Pittsburgh si avvicendano dietro il microfono. I risultati sono piuttosto interessanti, sebbene non sempre all'altezza. L'urlato hardcore di Reba Meyers (chitarra) è convincente ma a volte sensibilmente forzato, così come le parti growl di Eric Balderose (chitarra anche lui) e quelle di Jami Morgan (batteria), il più "nu-metal" dei quattro. Il "modafucka" della Meyers in "Real", non me ne voglia, strappa un sorriso e ricorda un po' Zack De La Rocha.

Man mano che il disco va avanti cresce l'idea che si tratti di un tributo ai loro maestri e mentori. Scavano di più nel passato rispetto agli esordi, si rifanno a stili di non meno di un decennio fa e si sente soprattutto una certa devozione ai '90. "Bleeding in the Blur" è chiaramente un pezzo grunge, da qualche parte tra gli Alice in Chains e le Hole. Ammetto di aver premuto replay più d'una volta. Il brano è abbastanza catchy e soprattutto riporta all'aria aperta dopo un'atmosfera da industria siderurgica. Quattro minuti, poi basta. "The Mud" suona il rientro dalla pausa. Stavolta si va ancora più a fondo nell'industrial. Sono aumentate le tentazioni rumoristiche rispetto agli esordi, scoprono una certa fascinazione per Reznor. Come in "Ugly". Anche i Fear Factory vengono alla mente più d'una volta e verso la fine di "The New Reality" si affaccia perfino il ricordo dei primi Meshuggah. Nonostante i molti riferimenti, va riconosciuta ai Code Orange abbastanza destrezza da non essere solo una copia degli originali. Lo diceva Simon Reynolds, non il primo scemo che passa: i più giovani sono i più colpiti dall'ossessione per i fenomeni musicali del recente passato. E forse i ragazzi di Pittsburgh volevano sentirsi un po' più grandi, accostandosi al sound di quando in cameretta ascoltavano gli album dei più grandi. O forse chissà, avevano bisogno di sperimentare in prima persona quel che c'era prima, per inventarsi un poi. Staremo a vedere. Intanto prendiamo questo lavoro per quel che è: una sorta di playlist, più che un disco solo, e speriamo che recuperino la maturità di quando erano ancora Kids.

Recensione a cura di: Ivo "Mutilio" Palummieri
Voto: 65/100

Tracklist:
01. Forever 
02. Kill The Creator 
03. Real 
04. Bleeding In The Blur 
05. The Mud 
06. The New Reality 
07. Spy 08. Ugly 
09. No One Is Untouchable 
10. Hurt Goes On 11. Dream2

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