11/11/16

SUPERJOINT "Caught Up In The Gears Of Application" (Recensione)

Full-length, Housecore Records
(2016)

A volte ritornano! A tredici anni dall'ultimo, devastante "A lethal dose of American hatred" i Superjoint di Phil Anselmo (al tempo Superjoint Ritual) si rifanno vivi con una line-up rimaneggiata, che vede gli innesti del bassista e del batterista (rispettivamente Stephen Taylor e Jose Gonzalez), che avevamo conosciuto in occasione dell'album solista dello stesso Anselmo, "Walk Through Exits Only" e recensito da me medesimo A QUESTO LINK.
La line up mantiene invariati gli altri tre membri, ovvero la triade lercia formata da Phil Anselmo (Vocals), Jimmy Bower (guitar) e Kevin Bond (guitar). 

Cosa ci consegnano i nuovi Superjoint? Facciamo una premessa: probabilmente questo album non tocca le vette dei primi due lavori di questa band, che erano a mio avviso due capolavori di hc-sludge-metal, ma come al solito, dove c'è Phil Anselmo, c'è comunque sempre qualcosa di buono e anche molto di più. 

Lasciati un po' (ma solo un po') da parte un po' di elementi che avevano reso grandiosi pezzi come "The Alcoholic", "Ozena" o "Waiting for the turning point" ecc., ovvero parti molto immediate e quasi ammiccanti al punk, questo nuovo album potrebbe essere un ideale punto di unione tra il sound proposto nel disco solista dello stesso Anselmo, l'hc marcio e contorto degli Arson Anthem, lo sludge degli EyeHateGod e una sana iniezione di grind e hardcore anni Ottanta, con influenze che pescano da Extreme Noise Terror, Napalm Death e, soprattutto, Discharge. Ma non temete, ci sono anche le solite bordate metal-hardcore, basti sentire un pezzo come "Mutts Bite Too", manifesto crust di rara ignoranza, oppure la bordata punk-hardcore "Ruin You", dove si scorge addirittura una vena melodica quasi insolita per questa band, molto più accostabile al punk che agli altri generi che da sempre formano il muro sonoro di questa formazione.

Ma dopo tredici anni di attesa, vogliamo andare ancora un po' più nel dettaglio? Subito, agli ordini. Il disco si apre con una mazzata tra capo e collo di dimensioni immani, "Today and Tomorrow", che si snoda tra parti rocciose e ripartenze metal-core. Pezzo di rara pesantezza a cui fa seguito la pura intransigenza hardcore di "Burning The Blanket", con un tiro che riporta in mente gli episodi più balordi che tanto ci erano piacuti nei primi due album. Segue "Ruin You", di cui vi avevo già accennato, e si continua con il quasi grind-core venato di sludge della title track. Ma la band più va avanti con la scaletta e più sembra prenderci gusto nel manifestare tutta la propria avversione per ogni sorta di commercialità e, se possibile, sembra che Phil Anselmo e compagni di merende abbiano reso il loro sound ancora più ostico che in passato, una sorta di rancoroso hardcore venato di metal e sludge che pare registrato nella cascina di Anselmo (anzi di sicuro), e che avrà visto i nostri beniamini, ormai quasi cinquantenni, impegnati a lunghe sedute alcoliche e cannarole, a cui poi seguivano le prime jam session che ci hanno consegnato questo disco lercio come il letame, sporco come le mie ascelle, ma sincero e genuino come pochi al giorno d'oggi sanno essere.
L'onestà di Anselmo e di questi ragazzi è palpabile, qui nulla è costruito a tavolino; il sound è senza compromessi, a volte più tirato e a volte più tendente ad una sorta di Down più drogati e deviati ("Circling the Drain"). Certo, qualcuno potrebbe obiettare che i primi due album erano registrati meglio, che lo screaming di Anselmo era più abrasivo e che le canzoni rimanevano da subito più in mente. Ma di contro io potrei rispondere che questo disco suona ancora più onesto, perchè in quei due album c'era ancora qualche vaga reminiscenza "panteriana" che qui non vediamo nemmeno col binocolo.

E se non siete convinti ancora di quello che dico, ditemi se il veleno di un pezzo come "Asshole" si ascolta tutti i giorni, così come le mattonate in faccia di "Clickbait", inferte senza preavviso, come se fosse norma cogliere l'ascoltatore con tanta viscerale ferocia e ignoranza.
Ecco, l'ignoranza. Potremmo parlare a lungo di questo termine, che per alcuni è sinonimo di pochezza, di grezzeria fine a se stessa, ma che invece può rivelarsi l'arma vincente di un disco, e che permette di togliersi qualche soddisfazione in un universo metal in cui tutti cercano di inventarsi strane sigle e in cui tutti cercano di essere i primi della classe sui propri strumenti. Ma l'attitudine? E le canzoni che poi dal vivo ti spaccano il culo dove sono? Sono anche qui, ma credetemi, se ci guardiamo attorno non si sente tanta gente suonare così intensamente. Riprendendo il discorso che accennavo sul brano "Mutts Bite Too", basta solo aggiungere che questo brano è l'emblema di ciò che dovrebbe essere un live show di musica estrema: pogo selvaggio, gente sudata, gente contusa, furia incontrollata e animalesca!
Che altro aggiungere ad un disco che spacca il culo da inizio a fine? Inutile star qui a valutarlo rispetto a quelli che lo hanno preceduto. Sì, probabilmente, i primi due album erano delle perle irripetibili, ma in questo "Caught Up In The Gears Of Application" potremo ritrovare gli stessi individui scoppiati che ci avevano presi a calci nei denti quasi quindici anni fa, e lo rifanno, seppure con un sound un po' più criptico e caotico. 
Che ve lo dico a fare, questo disco fa paura, basta capire "solo" cosa contiene...E la vedo dura per molti, che non hanno mai capito e non capiranno mai!

Recensione a cura di: Sergio Vinci "Kosmos Reversum"
Voto: 80/100

Tracklist:
1. Today and Tomorrow 3:24
2. Burning the Blanket 2:33
3. Ruin You 2:25
4. Caught up in the Gears of Application 2:43
5. Sociopathic Herd Dillusion 2:35
6. Circling the Drain 4:31
7. Clickbait 5:21
8. Asshole 2:37
9. Mutts Bite Too 3:56
10. Rigging the Fight 2:34
11. Receiving No Answer to the Knock 5:33

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